Comunicare con i bambini

In questo articolo riflettiamo insieme sul tema della comunicazione, a cui spesso pensiamo come a qualcosa di legato solo alle parole, ma in realtà è molto di più. Non è soltanto un mezzo per trasmettere informazioni, ma è anche – e soprattutto – il principale strumento attraverso cui si costruisce un legame emotivo profondo con l’altro.

Esploriamo insieme i diversi tipi di comunicazione e gli aspetti da evitare per favorire un dialogo positivo con i propri figli.

LA COMUNICAZIONE ADULTO BAMBINO 

coltivare il legame attraverso parole, gesti e ascolto

La comunicazione tra adulti e bambini cambia con il loro sviluppo: vediamo insieme alcuni aspetti fondamentali da tenere a mente.

LA COMUNICAZIONE NON VERBALE 

Fin da piccoli, i bambini usano gesti e linguaggio del corpo per esprimersi. Crescendo, soprattutto in età scolare, imparano a usare con più consapevolezza tono di voce, sguardi ed espressioni facciali per rafforzare ciò che dicono o percepiscono dagli altri.

Spesso faticano a esprimere verbalmente bisogni e sentimenti, e sta agli adulti imparare a cogliere e interpretare i loro segnali. Gesti, sguardi, tono: tutto parla.

Essere attenti a questa comunicazione non verbale significa mostrare rispetto ed empatia, e aiuta i bambini a riconoscere le emozioni proprie e altrui, sviluppando così la loro competenza emotiva e relazionale.

 

Ecco alcuni esempi di comunicazione non verbale frequentemente osservabili:

  • Contatto visivo: un bambino che mantiene lo sguardo durante l’interazione dimostra attenzione ed interesse; al contrario, distogliere lo sguardo può indicare timidezza o disagio. Porre attenzione a questo momento di contatto ci permette di cogliere eventuali difficoltà del bambino, così come ci permette di dimostrare il nostro interesse nei suoi confronti. Un bambino che si sente visto, si sente ascoltato. Questo genera un clima di apertura e condivisione.
  • Espressioni facciali: trasmettono una vasta gamma di emozioni e possono essere utilizzate per esprimere gioia, paura, preoccupazione o tristezza. Anche i genitori possono sfruttare le loro espressioni facciali per comunicare empatia e comprensione al loro bambino, rafforzando così il messaggio verbale.
  • Linguaggio del corpo: gesti, posture e movimenti, possono comunicare molto sulle intenzioni ed esigenze del bambino. Sta agli adulti imparare ad ascoltare anche ciò che non viene detto. A loro volta, i genitori possono utilizzare il linguaggio del corpo per trasmettere calma, fiducia e sicurezza.

Nei bambini con disabilità fisica o che hanno vissuto interventi chirurgici, il corpo viene spesso toccato e manipolato per motivi di cura. Questo può rendere meno chiaro il confine tra sé e gli altri, e fa sì che la comunicazione non verbale – come movimenti agitati, sguardi, mani e piedi in movimento – diventi ancora più ricca e carica di emozioni, anche nel silenzio.

LA COMUNICAZIONE VERBALE … INEFFICACE

La mente del bambino si sviluppa per gradi: è utile ricordare che determinate competenze si raggiungono progressivamente durante la crescita e non da subito nostro figlio è in grado di fare determinati tipi di operazioni mentali. Spesso i bambini colgono solo una parte del messaggio verbale, e alcune modalità possono risultare poco chiare o persino controproducenti.

Vediamo alcuni esempi di comunicazione inefficace e alternative più adatte per favorire ascolto e comprensione.

  • Minacce e ricatti: È normale che un genitore, stanco o frustrato, ricorra a minacce o ricatti. E’ del tutto umano ricorrere ad una di queste possibilità in preda alla disperazione! Un genitore che non si sente ascoltato, è una persona che non si sente compresa e riconosciuta nel suo ruolo. Queste modalità tuttavia, se usate spesso, rischiano di logorare la relazione. Le minacce perdono efficacia nel tempo, costringendo ad “alzare il tiro”. I ricatti possono far sentire il bambino sotto controllo, ostacolando la costruzione della sua identità.
  • Incoerenza tra verbale e non verbale: I bambini colgono molto bene il tono, lo sguardo, la postura. Se diciamo “che bello!” con voce spenta o scocciata, coglieranno la discordanza. Non serve fingere: meglio essere onesti e rimandare, spiegando come ci sentiamo.
  • Ironia e sarcasmo: Frasi ironiche (“Fai pure con calma!” quando si è in ritardo) non vengono comprese fino agli 8 anni circa. Possono generare vergogna e minare l’autostima, se usate frequentemente.
  • Svalutare le emozioni: Dire “non è successo nulla” quando un bambino piange può sembrare rassicurante, ma rischia di farlo sentire incompreso. Meglio accogliere e dare spazio all’emozione, per aiutarlo a metterla in parole.
  • Giudizi sulla personaFrasi come “Sei un imbranato!” colpiscono l’identità. È preferibile separare il comportamento dalla persona: “Hai fatto un bel pasticcio” dice che l’azione non è andata bene, non che il bambino è sbagliato. 
EDUCARE ATTRAVERSO LA COMUNICAZIONE EMPATICA

Educare con empatia significa impegnarsi a coltivare un profondo rispetto per le emozioni di ciascuno, indipendentemente dalla loro intensità o grandezza.

Significa prestare attenzione e accogliere il senso che ogni persona attribuisce al proprio universo interiore, senza saltare a conclusioni affrettate ed anticipando un sentire che potrebbe essere diverso dal proprio.

Soprattutto con i bambini, sarebbe importante affrontare la relazione e l’ascolto con la consapevolezza di non sapere quello che ci vogliono comunicare. Non anticiparli sprona i bambini a dare spiegazioni sul loro stato emotivo.

Può essere comunque utile dare loro delle interpretazioni, delle possibili spiegazioni rispetto ad un pianto, grido, sorriso, ma senza dare per certo e scontato che quella sia la sua motivazione. È un po’ come immaginare di dar loro una bussola che può indicare diverse direzioni, deve essere lui poi a mostrare quella giusta.

Impegnarsi in un’educazione empatica vuol dire compiere un atto di fiducia nel potenziale umano, nelle capacità e nelle qualità innate che ognuno possiede, come un seme che porta in sé la promessa di crescita fin dal momento della nascita. 

Comunicazioni legate a un intervento chirurgico

Essere genitori di un bambino chirurgico pone interrogativi complessi, ad esempio: cosa posso dire a mio figlio prima e dopo l’intervento per cercare di trasmettergli forza e fiducia? Sul suo corpo resterà una cicatrice.. cosa posso dirgli per aiutarlo ad elaborare il significato di questo segno indelebile? 

Ecco alcuni suggerimenti in merito:

  • Prima dell’intervento o del controllo è utile spiegare quello che succederà, con parole comprensibili, evitando i dettagli tecnici. Spesso l’ansia nasce proprio dalla mancanza di comprensione: il bambino non è solo un corpo da curare, ma una persona con emozioni e domande, che ha bisogno di essere rassicurata. Per aiutarlo, si possono usare libri o giochi di ruolo con pupazzi, strumenti utili per raccontare il percorso da affrontare insieme. “Giocare” quelle situazioni lo aiuta a elaborarle su un piano immaginativo, restituendogli un po’ di controllo e prevedibilità.
  • Sollecitare il bambino a condividere ed esprimere le sue eventuali paure e preoccupazioni, ascoltandolo senza porre giudizio alle sue emozioni e pensieri.
  • Normalizzare la cicatrice post-intervento: spiegarla come segno di un’esperienza che ha superato grazie alla sua forza e al suo coraggio, coinvolgerlo nella cura e pulizia di quel segno per farlo sentire parte attiva di un processo che l’ha coinvolto chirurgicamente.. quasi come se fosse qualcosa di prezioso a cui tenere poichè caratterizzante la sua storia e unicità. Con i bambini più piccoli si potrebbero inventare storie storie fantastiche che ruotano attorno al tema della cicatrice, come se fosse il segno di un’avventura. 

‍Speriamo che questa riflessione possa esservi utile!

A cura di: dott.ssa Angela Camelio, psicologa psicoterapeuta referente di ABC all’interno del reparto di Chirurgia dell’IRCCS Burlo Garofolo.