Ci sono momenti nella vita in cui le parole sembrano non bastare. Quando si entra nel mondo della cura, tra diagnosi inaspettate e percorsi medici complessi, anche il linguaggio cambia: diventa più tecnico, più freddo, a volte difficile da comprendere. Eppure, proprio in questi momenti, le parole possono diventare uno strumento prezioso per dare senso alle esperienze.
In questo articolo vogliamo accompagnarvi in una riflessione delicata ma fondamentale: riscoprire il potere delle parole, per prenderci cura non solo dei corpi, ma anche dei vissuti emotivi che attraversano ogni famiglia.
L’INCHIOSTRO DELLE PAROLE
Le parole possono trasformarsi in oggetti traumatici. Se non filtrate, rischiano di riempire la mente, oscurando l’immagine del bambino sovrapponendoci quella della sua patologia.
Tuttavia, ricordate che la chirurgia o una diagnosi complessa sono solo capitoli di un libro molto più lungo che state scrivendo insieme ai vostri figli. Non lasciate che l’intero racconto sia scritto con l’inchiostro freddo dei referti. Riprendete in mano la penna con cui scrivete la vostra storia, usate parole calde, morbide e coraggiose. Se è vero che la medicina ripara i corpi, è attraverso un linguaggio amorevole e comprensivo che possiamo costruire quel senso di interezza che nessuna cicatrice potrà mai scalfire.
In questo articolo vorremmo proporvi un esercizio: ammorbidire il linguaggio, scegliendo parole che non diano un senso di chiusura. L’obiettivo è imparare a dialogare con gli altri e con se stessi in modo accogliente. Cambiando le parole con cui descriviamo il nostro dolore, cambia la percezione delle nostre fragilità.
Ecco un piccolo vocabolario da cui possiamo partire:
1.
Da anomalia a particolarità da custodire:
La parola anomalia fa subito pensare ad un errore. Nel mondo interiore di un genitore, può creare un senso di colpa, come se fosse mancata la capacità di “proteggere” il proprio bambino.
Una possibile traduzione che possiamo darci è: “Il mio bambino ha una caratteristica unica che richiederà una cura speciale“. Togliamo l’accento dal difetto biologico e poniamolo alla nostra funzione di accudimento. Il bambino torna a essere un soggetto da amare e si sposta l’attenzione dal problema da risolvere.
2.
Da cicatrice a segno di rinascita:
La cicatrice è spesso vissuta come un marchio di fragilità. Possibile traduzione: “La cicatrice è il ponte dove è passata la cura; è il segno di come il corpo ha saputo ripararsi“. Vedere la cicatrice come un processo di riparazione aiuta il bambino a sentirsi di nuovo intero, non “rotto”.
3.
Da macchinario/tubo ad aiutante magico:
In terapia intensiva, vedere il proprio figlio circondato da tubi e monitor può essere scioccante. L’impatto visivo è quello di un corpo “frammentato” dalla tecnologia.
Possibile traduzione: “Quei tubicini sono piccoli aiutanti che respirano o mangiano per lui in questo momento, permettendogli di riposare e recuperare le forze”. Umanizzare la tecnologia riduce l’impatto traumatico. Ci aiuta a guardare oltre il metallo e la plastica per ritrovare il volto e il corpo del figlio, mantenendo vivo il contatto affettivo.
4.
Da paziente critico a bambino impegnato:
Sentire che il proprio figlio è in condizioni “critiche” genera un senso di impotenza assoluta.
Provate a pensare: “In questo momento, ogni cellula del mio bambino è impegnata in un lavoro straordinario per stare meglio. Io sono qui a sostenerlo in questo sforzo“.
Questo pensiero restituisce soggettività al bambino. Non è un oggetto passivo nelle mani dei medici, ma un piccolo lottatore che sta compiendo un’impresa.
5.
Dalla delega alla collaborazione:
Affidare il proprio figlio al chirurgo può sembrare, ad alcuni, di non essere “abbastanza”.
Possibile traduzione: “State affidando il vostro bambino a una squadra di alleati. Voi restate il suo porto sicuro, pronti ad accoglierlo al suo ritorno”. Questo mantiene viva la vostra protezione genitoriale anche quando il bambino è fisicamente lontano.
6.
Dal “non ce la faccio” a “sono in un processo“:
L’impatto della malattia ci porta spesso a ragionare in termini assoluti e permanenti che non lasciano la possibilità di vedersi in altro modo: “Sono distrutta”, “Non troverò mai pace”.
Provate invece a descrivere il vostro stato emotivo con parole che suggeriscano cambiamento e dinamismo. Dite a voi stessi: “Oggi mi sento sopraffatta, ma sto attraversando un processo in evoluzione”. Sostituire il verbo essere, che indica qualcosa di statico, con il verbo stare, che richiama una condizione temporanea, aiuta la mente a intravedere una via d’uscita, un “dopo” che non sia solo sofferenza.
7.
Dal “perchè a me” a “cosa posso fare ora“:
La domanda “Perché è successo?” spesso nasconde un bisogno di trovare un colpevole, e quel colpevole finisce per essere, quasi sempre, il genitore stesso. Questo dialogo interno produce un senso di blocco che paralizza. Provate a sostituire la ricerca della causa con la ricerca del significato. Invece di dirsi “Ho fallito nel proteggerlo”, possiamo provare a dirci: “Sono il testimone e il custode della sua storia. In questo momento, la mia forza è la sua risorsa principale“.
8.
Dal tempo dell’ombra al tempo della conoscenza:
Quando si riceve una diagnosi inaspettata o si affronta una cura difficile, è normale sentirsi confusi e smarriti. Sembra che il tempo si fermi e che i progetti di vita pensati fino a quel momento non coincidano più con la realtà. Questo momento di disorientamento possiamo chiamarlo “tempo dell’ombra”.
In queste situazioni, la parola chiave è incertezza. Invece di vederla come qualcosa che blocca, possiamo provare a considerarla come un “tempo della conoscenza”: un periodo in cui cercare le informazioni utili per fare le scelte migliori per sé e per chi ci sta accanto.
L’invito è a dirvi: “Siamo in un momento in cui cerchiamo di capire quali sono le nostre risorse concrete, ma anche emotive“. Questo approccio sposta l’accento dal “cosa bisogna fare” al “cosa sentiamo di poter sostenere“.
Riconoscere i propri limiti non è un atto di debolezza, ma di onestà verso il legame con sé stessi e con chi ci sta accanto. Significa darsi il permesso di esplorare ogni direzione con dignità, rispettando i propri tempi e le proprie emozioni, qualunque esse siano.
9.
Da fratelli in ombra a fratelli inclusi:
Non dimentichiamo i fratelli e le sorelle a casa. Spesso, per proteggerli, usiamo il silenzio o frasi come “non è successo niente“. Ma i bambini hanno bisogno di verità dosate, non di segreti. Chiamare le cose con il loro nome (anche usando metafore come “un cuoricino che ha bisogno di un piccolo aggiustamento”) permette ai fratelli di uscire dalla confusione. Restituisce loro il diritto di partecipare alla storia familiare, evitando che si sentano esclusi o, peggio, colpevoli della tristezza dei genitori.
Attenzione: a volte, certe parole non possono essere tradotte… e va bene così. In quei momenti, “il modo di dirlo” risiede nel contatto fisico, nello sguardo, nella capacità di stare accanto senza dover spiegare nulla. Il dizionario emotivo non è fatto solo di verbi, ma anche di pause.
Non sentitevi obbligati a riempire ogni silenzio cercando a tutti i costi le parole “giuste”: l’assenza di discorsi può essere colmata anche con i gesti e con il semplice fatto di esserci.
Concludiamo con una citazione che ho fissato nella mia mente e che speriamo possa far riflettere anche voi:
Le parole che non vengono dette si accumulano nel corpo e diventano dolore. Dare un nome a ciò che ci spaventa è il primo passo per trasformare il trauma in un’esperienza che possiamo abitare.
Françoise Dolto, psicoanalista.
A cura di: dott.ssa Angela Camelio, psicologa psicoterapeuta referente di ABC all’interno del reparto di Chirurgia dell’IRCCS Burlo Garofolo.